Gjogv, il villaggio verde delle Faroe

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Gjogv, Faroe © Andrea Lessona

Gjogv, Faroe © Andrea Lessona

L’Atlantico entra nella gola di Gjogv, si arriccia contro le pareti scoscese e torna mare – flusso eterno che ha dato forma al porto naturale e nome a questo piccolo villaggio sulla costa nord di Eysturoy, la seconda isola più grande delle Faroe.

È qui che dopo un lungo viaggio iniziato a Vagar, l’aeroporto dell’arcipelago, sono arrivato ieri notte: una notte di nubi basse che ha velato la luce del Nord – quella che d’estate sembra non andare a dormire mai.

Stamane, invece, i colori sono più nitidi e posso vedere meglio i duecento metri della gola marina dalla cui parola faroese gjógv deriva Gjogv. La forra risale verso settentrione e si tuffa nell’oceano, immenso e maestoso, lì davanti.

Di questo villaggio, nominato per il premio Natura e ambiente nel 2014 dal Consiglio nordico, si ha menzione già dal 1584, anche se sembra esistesse prima. Sin dagli albori, gli abitanti della zona hanno vissuto di pesca.

Una volta, tredici pescherecci salpavano da Gjogv. Negli ultimi sessanta anni la popolazione ha registrato un forte calo. Nel 1950, duecento e dieci persone abitavano qui, ora sono 28.

Nel 1982 è stata costruita una fabbrica che produce elementi prefabbricati in calcestruzzo: impiega sei persone ed è l’unica del suo genere nelle isole Faroe. Altre fonti di lavoro sono la fattoria ittica, la guest house dove ho dormito, e il campeggio.

Si trova su uno spiazzo grande e piatto, proprio davanti al mare. Da lì si vede tutto Gjogv: piccole case colorate, molte col tetto in erba, e la chiesa bianca: è stata consacrata nel 1929 e ogni domenica si celebra il culto protestante luterano.

Dopo aver camminato il legno scricchiolante del suo pavimento e aver salito le scale che portano al piccolo organo, ho attraversato la strada dove si trova un monumento dedicato ai pescatori che hanno perso la vita in mare.

Davanti ai loro nomi e alle loro date incise, una madre e due bambini in bronzo guardano Gjogv e l’Atlantico. Sono state immortalati così da Janus Kamban, autore di diverse statue commemorative alle Faroe.

Poi ho passeggiato tra le piccole vie ai cui lati le cinquanta abitazioni in legno rimaste si stringono l’una all’altra per proteggersi dal vento che sempre soffia dal mare, arricciandolo di bianco.

Le poche imbarcazioni rimaste sono in secca: sono state tirate su lungo il cemento gettato nella gola che forma il porto naturale di Gjogv: ed è lì che, andando incontro all’Atlantico, cammino adesso.

Per approfondire:
Wikipedia

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