Tjørnuvík, villaggio dipinto delle Faroe

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Tjornuvik, Isole Faroe © Andrea Lessona

Tjornuvik, Isole Faroe © Andrea Lessona

Tratteggio vivido contro il verde della montagna, Tjørnuvík è un quadro miniato sul fondo dell’insenatura orientale di Streymoy. È lì che il villaggio più a nord dell’isola più grande delle Faroe vive da oltre mille anni.

Ed è lì che, percorrendo la strada a strapiombo sulla costa ispida, sto andando: dove le onde dell’Atlantico si inchinano sulla spiaggia grigia, e cancellano le impronte degli abitanti: 71 secondo l’ultimo censimento.

Di una di loro, appena sceso dall’auto, incrocio lo sguardo azzurro: un cenno discreto di saluto col capo prima di entrare in una delle poche case colorate di Tjørnuvík. Per le vie strette che le dividono dalla chiesa costruita nel 1937, non c’è nessuno. Solo il vento le attraversa. E mi spinge là.

Sulla riva soffia più forte, sussurro scabro a raccontare la storia di questa luogo impervio che gli scavi del 1956 hanno riscritto: l’area di sepoltura rinvenuta dimostra che il villaggio esisteva già in epoca vichinga.

Così come il rinvenimento di un anello di bronzo celtico testimonia il legame di Tjørnuvík e dell’arcipelago faroese con le isole britanniche. Viene da laggiù, oltre questo ferro di cavallo di roccia ancestrale che è l’insenatura al cui inizio si stagliano “Risin og Kellingin”.

Dalla spiaggia li vedo bene, aguzzi massi verticali piantati nel mare increspato. Secondo la leggenda, erano un gigante e una strega venuti da una terra lontana per prendere le Faroe e portarle via con sé.

Per raccoglierle tutte, però, serviva molto tempo: così, mentre caricavano l’enorme peso sulle loro schiene, la notte si fece giorno e il sole li trasformò per sempre in due rocce di fronte a Tjørnuvík.

Seguendo il sentiero che dalla spiaggia costeggia parte dell’insenatura, arrivo sino a dove finisce il cemento dell’imbarcadero. Voltandomi, guardo l’imponenza della montagna contro il cui verde, il villaggio è tratteggiato.

Due volte all’anno viene organizzata una gita da Tjørnuvík a Stakkur, una roccia alta 133 metri. Per raggiungere la cima, si deve entrare in un container d’acciaio che sale verticalmente il lato della sommità.

Il solo immaginarlo mi sfinisce di vertigini. Prima di rimettermi in auto, con lo sguardo e il cuore torno al mare davanti – placido grigio lievemente increspato dal vento scabro.

Per approfondire:
Wikipedia

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